Cosa vuol dire essere giovani, quando giovani non lo si è più

Cosa vuol dire essere giovani, quando giovani non lo si è più

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Dalla guerra contro lo Straniero dentro, all’aderenza ai Tipi Ideali: essere come vogliono gli adulti, figure di riferimento e di contrasto

Quando si è giovani, almeno una volta nella vita ci si sente pronunciare la frase: “Un giorno capirai cosa vuol dire essere adulti.”, questo perché si pensa che i nostri ragazzi non siano in grado di vestire i panni degli adulti di riferimento, che amino vivere nella dolce illusione di una vita leggiadra e priva di responsabilità, come se l’adolescenza fosse un’amaca su cui dondolarsi all’infinito.

E se anche gli adulti avessero bisogno di un manuale, di un saggio o di una guida per ricordarsi cosa voglia dire essere giovani, quando ormai giovani non lo si è più?

Lucia Goldoni, con il suo Metodo Studiamo, Ri-educazione allo studio e alla serenità, sviscera il complesso apparato che pone in contrasto il mondo degli adulti con quello dei ragazzi, il conflitto riguarda in primo luogo i genitori:

non sempre gli adulti si pongono con atteggiamento accomodante nei confronti dei giovani, ma piuttosto di contrasto e non concedendosi affettivamente. Ciò non avviene per mancanza di amore, ma bensì per eccesso di responsabilità. I genitori desiderano in tutti i modi rivendicare la propria posizione di potere nei confronti del figlio, spaventati dall’idea di soccombere o di diventare figure amicali.

Così accade che ci si pone nei confronti dei ragazzi con atteggiamento di superiorità e di confronto continuo con l’Io del passato: “Io alla tua età avevo già una famiglia e un lavoro.”, “Io alla tua età ero già via di casa.”. Queste frasi che possono sembrare incoraggiamenti e modi per spronare i nostri giovani, possono sortire l’effetto contrario, generando depressione e scoraggiamento per la propria condizione.

La depressione adolescenziale non è infatti un fenomeno da sottovalutare ed è strettamente legata alla auto-svalutazione. Sebbene i fenomeni depressivi in quanto abbassamento del tono dell’umore siano spesso non patologici, bensì fisiologici, sono da tenere sotto controllo.

Sul portale FightDepression: european alliance against depression[1] sono riportati gli elementi utili a delineare un disturbo depressivo nell’adolescenza: difficoltà a dormire e a concentrarsi, perdita di appetito, apatia generalizzata.

L’adolescenza è un periodo caratterizzato da frequenti oscillazioni tra euforia e depressione e compito degli adulti è quello di creare un ambiente favorevole a ristabilire l’equilibrio interiore dei ragazzi.

Dentro ogni giovane uomo che sta cercando di scoprire la propria identità, alloggia uno Straniero, un ospite non sempre desiderato che si insedia nella struttura identitaria dei ragazzi. Simmel scriveva che lo Straniero rappresenta l’ambivalenza, il doppio, l’altro io della struttura sociale. Si può utilizzare la metafora dello straniero per descrivere la personalità complessa degli adolescenti che oltre a fare i conti con lo straniero che si è insediato nel proprio Io, devono scontrarsi con delle figure di riferimento che anziché essere di supporto, sono di contrasto.

I genitori possono erroneamente pensare che i figli siano dei prodotti generati dalla propria fabbrica della vita, da impacchettare secondo degli Idealtipi weberiani, dei quadri di riferimento a cui far aderire la struttura dei propri figli.

Blos nel suo L’adolescenza come fase di transizione. Aspetti e problemi del suo sviluppo identifica il vuoto generazionale come uno degli aspetti critici del periodo adolescenziale, periodo di forti conflitti che sfociano poi in una risoluzione.

La risoluzione avviene anche grazie al supporto degli adulti di riferimento, parte fondamentale della maturazione del soggetto.

Non esiste un manuale del buon genitore, né una guida in cui seguire passo dopo passo i vari consigli. I figli, come tutti i mammiferi, ricercano l’attaccamento fisico ed emotivo al genitore, ricercando inoltre reciprocità, conforto e fonte di appoggio.

Gli adulti hanno bisogno di ricordarsi cosa voglia dire essere giovani, far parte di quel limbo generazionale dove non sei più bambino, ma non sei ancora un adulto pronto a spiccare il volo. Gli adulti devono ritornare ad essere dei paracadute, dei giubbotti di salvataggio pronti ad accogliere il pettirosso prima che si schianti al suolo.

Bisogna quindi approcciarsi al mondo dei giovani non con diffidenza, giudizio pre-incartato e confronto continuo, ma con la delicatezza e la fermezza che solo l’esperienza può dare, ricordandosi che giovani lo siam stati tutti.

[1 https://ifightdepression.com/it/per-i-giovani/la-depressione-negli-adolescenti]

Cosa vuol dire essere giovani, quando giovani non lo si è più
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Written by 

Nata nel 1992 a Napoli, si diploma al liceo delle scienze sociali dove scopre la passione per le discipline sociologiche. Laureata in Sociologia presso l’ateneo Federico II di Napoli con una tesi sul bullismo e il cyberbullismo, si specializza in problematiche dell’infanzia e dell’adolescenza presso l’Università Suor Orsola Benincasa. Lavora in contesti educativi con bambini e adolescenti in situazioni di disagio sociale, culturale e familiare e opera come volontaria in comunità minorili e case famiglia, è inoltre appassionata di scrittura e di giornalismo, ha scritto vari articoli di sociologia e inerenti al mondo del sociale.