La riflessione sociologica sul cibo e l’alimentazione

La riflessione sociologica sul cibo e l’alimentazione

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CIBO, ALIMENTAZIONE E SCIENZE SOCIALI: UNO SVILUPPO TARDIVO

Nel panorama teorico delle scienze sociali in generale e della sociologia in particolare, l’alimentazione è stata pressoché trascurata perché considerata come un fenomeno prettamente biologico. Tuttavia, a partire dagli anni Settanta, in seguito alle prime riflessioni antropologiche, anche la sociologia inizia ad occuparsi a pieno titolo di cibo ed alimentazione, considerando questi ultimi come fatti sociali, ovvero come insiemi di rappresentazioni della società.

Riflettendo, infatti, si è giunti alla constatazione che è la società – a dire il vero ogni società, con il suo bagaglio di usi e costumi – a determinare come presentare il cibo a tavola e a disporre quali sono le regole di condotta e quali i riti da inscenare.

La maggior parte degli studi occupatisi di cibo e alimentazione, di derivazione prevalentemente anglosassone, non riesce però ancora a costruire un compiuto modello teorico-strutturale sul cibo: ogni approccio, difatti, si concentra su un aspetto specifico che attiene all’alimentazione. Quest’ultima, come sottolineato da più parti, è qualcosa di più inglobante, al cui interno sono presenti un insieme di aree funzionali che, associate al cibo, lo rendono un vero e proprio fatto sociale.

Ci si è resi conto col tempo, infatti, che il cibo è un elemento socialmente costruito: è la società a creare la dieta degli individui; è sempre la società che ne stabilisce i rituali in cucina; è ancora la società a fondare quella coscienza culinaria e domestica che rende la tavola la vera protagonista della vita degli individui. Cosicché, l’alimentazione da fatto puramente biologico diviene e si realizza come prodotto culturale di una data società.

IL CIBO E L’ALIMENTAZIONE DAL PUNTO DI VISTA SOCIOLOGICO: I CLASSICI

L’incontro tra scienze sociali e alimentazione avviene alla fine dell’Ottocento, in piena epoca moderna, per merito dell’antropologia culturale, che per prima associa il cibo a una dimensione culturale e simbolica. In questo articolo, però, ci si concentrerà sulle teorie di derivazione sociologica, mettendo volutamente da parte le teorie antropologiche che si occupano di cibo ed alimentazione.

Indagando attentamente le teorie sociologiche classiche, è possibile rinvenire al loro interno delle parti dedicate al tema del cibo.
In Friedrich Engels, ad esempio, il cibo è trattato come una rivendicazione dei diritti individuali nei confronti dello stato. L’Autore analizza le condizioni delle classi operaie, la cui subalternità alle classi detentrici dei mezzi di produzione fa sì che il reddito a loro disposizione non permetta di acquistare quantità sufficienti di cibo, con la conseguenza di una insufficienza rispetto al soddisfacimento dei bisogni alimentari primari, che invece dovrebbero essere garantiti, a suo dire, dallo Stato.

Anche Émile Durkheim, considerato il padre fondatore della scienza sociologica, analizza il cibo, connettendolo con il fenomeno religioso. La religione, infatti, secondo Durkheim altro non è che la trasfigurazione della società, la cui essenza sta nella divisione del mondo in fenomeni sacri e profani: all’interno dei fenomeni sacri, i riti rappresentano le regole di condotta che prescrivono all’uomo come comportarsi. La partecipazione ad un rito collettivo, come un pasto mistico, incentiva il senso di identificazione degli individui alla propria comunità di appartenenza poiché il cibo è qui considerato come strumento di purificazione e rito di passaggio.

Georg Simmel è il primo sociologo che analizza compiutamente l’alimentazione, dedicando a questo tema un’intera opera: “La sociologia del pasto” del 1910. Per spiegare, sociologicamente, la funzione del pasto, egli introduce il tema dalla socievolezza, la quale è sostanzialmente una forma ludica che vede nello stare insieme il momento in cui gli individui abbandonano le proprie pulsioni egoistiche a vantaggio di un legame sociale. In questo senso il pasto accomuna tra di loro gli individui, fornendo così un senso di unione anche per e tra coloro che non condividono interessi particolari. È proprio nel momento del mangiare, dunque, che si crea quella condivisione di sentimenti che fanno sì che il cibo e il pasto si trasformino in un fatto sociale.

Anche Maurice Halbwachs si è occupato di cibo, studiandone per lo più l’aspetto sociale. Nella sua ottica, l’alimentazione ha un carattere universale, poiché alimentarsi è anzitutto un bisogno naturale al quale ogni individuo deve dare risposta per poter sopravvivere. Tuttavia, secondo Halbwachs ogni società, a causa delle trasformazioni culturali e del mutamento sociale che la caratterizza, è arrivata a considerare il consumo alimentare come un vero e proprio fatto sociale. Nella propria analisi, l’Autore esamina il cibo e l’alimentazione da un duplice punto di vista: 1) da una parte, analizza le pratiche di consumo dei bilanci familiari, prendendo in considerazione variabili come reddito, professione e dimensione del nucleo familiare (legando in tal modo il cibo al tema della stratificazione sociale); 2) dall’altra, si interessa all’aspetto socializzante del pasto, cioè al modo in cui i bambini apprendono le norme di condotta alimentare durante il processo di socializzazione.

Norbert Elias, che seppur più contemporaneo rispetto agli altri rientra nei classici della sociologia dell’alimentazione, all’interno dell’opera “Processo di civilizzazione” del 1982 descrive la storia della civilizzazione umana come un processo psicologico e sociale che attraversa varie fasi e che porta i singoli ad interiorizzare un sempre maggior controllo. In tal senso, le usanze che oggi sono considerate corrette, via via che ci si avvicina alla contemporaneità, sono sempre più raffinate se confrontate con quelle dei secoli precedenti.

La relazione tra istinto e controllo sociale, quindi, subisce una metamorfosi continua: una volta che i comportamenti civili sono stati socialmente approvati, essi vengono trasmessi nella socializzazione dei nuovi nati come ovvi. Per Elias, inoltre, cibo e banchetto hanno un forte valore simbolico: lo stare a tavola comporta il seguire delle regole ben precise, delle abitudini che sono diventate, col trascorrere del tempo e con il perfezionamento del processo di civilizzazione, veri e propri modelli culturali. Questi ultimi, ad esempio, si esplicano nella disposizione dei posti a tavola, degli arredi, nonché nell’utilizzo di piatti e posate.

IL CIBO E L’ALIMENTAZIONE DAL PUNTO DI VISTA SOCIOLOGICO: I CONTEMPORANEI

Claude Fischler inaugura i moderni studi di sociologia dell’alimentazione. Nell’opera “L’onnivoro” del 1990 egli elabora il neologismo gastro-anomia, col quale va ad indicare l’esistenza, nella modernità, di una gastronomia priva di regole e allo stesso tempo soggetta ad enormi contraddizioni. Tali contraddizioni generano confusione e ansia anche per il consumatore stesso: esso è immerso nel paradosso dell’onnivoro, poiché da un lato è teso al cambiamento alimentare, mentre dall’altro deve prestare attenzione ai cibi sconosciuti (che possono essere pericolosi). Secondo Fischler il paradosso può essere risolto, facendo in modo che ogni alimento sia reso genuino (cosa che avviene, ad esempio, mediante la cottura. Si pensi, a tal proposito, all’ortica).

Tra gli autori contemporanei occupatisi del tema in questione, Jean-Pierre Poulain costruisce un vero e proprio modello di studio scientifico da applicare al cibo, che egli definisce come spazio sociale alimentare: esso è qualcosa che va oltre il concetto di cultura, divenendo una vera e propria dimensione dell’organizzazione sociale. Nello studio dello spazio sociale alimentare Poulain individua sei dimensioni interconnesse: 1) spazio del commestibile, cioè le modalità che gli individui hanno acquisito nel corso del tempo per selezionare e conservare gli alimenti; 2) sistema alimentare, ovvero le strutture sociali e tecnologiche che permettono di lavorare gli alimenti; 3) spazio del culinario, ossia le operazioni simboliche e culturali che rendono un alimento commestibile; 4) spazio delle abitudini di consumo, cioè l’insieme dei rituali messi in atto per consumare un alimento; 5) temporalità alimentare, ovvero i tempi di lavorazione degli alimenti; 6) spazio di differenziazione sociale, nel quale il cibo rappresenta l’identità di gruppi e/o classi sociali. Con tali dimensioni, che costituiscono parte integrante della teoria dello spazio sociale alimentare, Poulain intende rappresentare tutte le varie modalità di produzione e trasformazione dei cibi, prescindendo da quel valore simbolico, culturale e identitario assunto dal cibo che i suoi predecessori avevano evidenziato.

Altro Autore è Pierre Bourdieu (a cui rimando in questo sito per una trattazione più completa), che nell’opera “La distinzione. Critica sociale del gusto” del 1979, studia il funzionamento delle forme simboliche di potere, ossia la capacità propria del sistema di significati e di significazione di sancire e rafforzare le relazioni di oppressione e di sfruttamento presenti all’interno della società. Pratiche di distinzione simbolica vengono rintracciate, ad esempio, nel cibo, nel vestiario, nell’arredamento.

È una logica che viene veicolata attraverso il gusto ed è proprio attraverso la logica del gusto, che si gioca la sottile guerra, prima simbolica e poi pratica, che ha a che fare con l’attribuzione di potere delle classi. In questa lotta, i gusti sono delle vere e proprie pratiche culturali, dei comportamenti che incorporano la cultura e la società, tramite i quali si manifestano i valori etici e i giudizi estetici. Così, l’alimentazione è anch’essa espressione della differenza di classe e diversità degli stili di vita nella società.

Un’ultima teoria contemporanea che qui si intende citare è quella ritzeriana della McDonaldizzazione della società, che ha direttamente a che fare con il tema del cibo e dell’alimentazione. Sintetizzando estremamente tale approccio teorico, si può affermare che la McDonaldizzazione costituisce un processo profondo e inarrestabile, reso possibile dal rispetto di alcuni requisiti specificatamente capitalistici (per una lettura di tali requisiti rimando alla scheda dell’Autore presente in questo portale).

George Ritzer sottolinea come l’hamburger rappresenti il miglior esempio di standardizzazione e omologazione sociale: dimensione e peso sono uguali in tutti i paesi del mondo, la confezione è uniforme e le modalità di consumo sono preordinate. Dal punto di vista della teoria sociologica del cibo e dell’alimentazione, questo approccio sottolinea la progressiva contaminazione e ibridazione di culture differenti all’interno dell’intero globo terrestre.

L’IMPORTANZA DEL CIBO OGGI: CONCLUSIONI APERTE

Ciò che è stato appena affermato con la teoria di Ritzer, vede adesso un’inversione di tendenza.
Il cibo è oggi considerato, anche all’interno della sociologia, come importante strumento per lo sviluppo locale: dopo aver visto il proprio ruolo essere orientato alla globalità, nello scenario attuale il cibo ritorna ad essere espressione della località. In questo quadro, definito da alcuni eminenti sociologi col termine glocal, i prodotti locali – e i marchi ad essi associati (IGP, DOP, etc.), riconosciuti anche a livello internazionale – non solo rappresentano l’identità di un determinato territorio, ma celano dietro la loro valenza anche l’identità e la cultura di un popolo. Anche dal punto di vista teorico, si sta sviluppando oggi un nuovo approccio, quello della sociologia spazialista: uno sguardo attento al ruolo del territorio e alle specificità delle situazioni come fattore attivo nella generazione dei fenomeni sociali connessi alla tematica del cibo.

Ed è proprio attorno al cibo e all’alimentazione che si sviluppa, nel contesto post-moderno, anche il cosiddetto turismo culinario, il quale comporta anche la nascita di nuove attività turistiche e ricettive, con percorsi enogastronomici dedicati.

Tali recenti sviluppi, strettamente connessi con la tematica del cibo e dell’alimentazione, possono comportare nuovi ed interessanti punti di vista su cui la sociologia è chiamata a riflettere, spunti da cui partire per scoprire inedite declinazioni del mondo contemporaneo.

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Danilo Boriati

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Danilo Boriati (Isernia, 1986) è sociologo professionista e ricercatore sociale. Laureatosi cum laude in “Sociologia e Ricerca Sociale” presso l’Università degli studi di Roma “La Sapienza“, ha conseguito il Dottorato di ricerca in Innovazione e Gestione delle Risorse Pubbliche (curriculum in “Scienze sociali, politiche e della comunicazione”) presso l’Università degli studi del Molise, dove è attualmente professore a contratto, assegnista di ricerca e cultore della materia in diversi insegnamenti sociologici. Nelle sue ricerche si è occupato di diversi temi, tra i quali principalmente nuove tecnologie, relazioni sociali e web, consumi. Tra le sue pubblicazioni vi sono monografie, articoli scientifici e saggi a carattere sociologico.